Il film che apre la selezione ufficiale dei lungometraggi per il Fantafestival 2019 è, ironicamente, il danese Finale, diretto da Søren Juul Petersen. Tratto dall’omonimo romanzo di Steen Langstrup, Finale vede due commesse di una stazione di servizio, Agnes (Anne Bergfeld) e Belinda (Karin Michelsen), affrontare il turno di notte. Una notte in apparenza tranquilla, al limite della desolazione, che però finirà col riservare alle due ragazze un tremendo destino.

È un horror quello girato da Petersen, più precisamente un torture porn. Uno dei pochi clienti giunti quella notte si rivelerà infatti un sadico e teatraleggiante torturatore, e rapirà le due ragazze sottoponendole poi a sevizie di varie forme e trasmettendo il tutto a un altrettanto sadico pubblico online. È il film stesso a renderlo evidente ben prima dell’avvenimento, tramite flashforward che ci mostrano una Agnes legata ad una sedia in un’inquietante stanza. In un certo senso queste anticipazioni spezzano il ritmo crescente del film, che avrebbe altrimenti mantenuto la sua coerenza. Tuttavia la peculiare struttura narrativa di Finale, ispirata agli atti di un’opera teatrale (come si vedrà tra poco), sospende fin dall’inizio il film in una dimensione metatestuale, permettendo a questa frammentazione del ritmo di non risultare fuori posto.

In Finale è insita una dualità, evidente già dalla scelta del titolo; quest’ultimo fa infatti riferimento alla finale di un evento sportivo in corso durante la notte di lavoro delle ragazze. Ma è anche inteso come atto finale di un’opera teatrale, la stessa che il villain del film mette in scena e che, come già accennato, costituisce anche la struttura del film stesso, rivelata tramite apposite didascalie. La stessa trama si sviluppa in due parti, come molti film dello stesso genere, mostrandoci le protagoniste prima e dopo il loro rapimento.

Tenendo a mente questo aspetto e proseguendo con la visione, si avverte una strana sensazione, come se si fosse persa un’occasione. Le due parti che compongono la trama di Finale infatti sembrano quasi due film distinti. La seconda è puro torture porn in stile Hostel, con nudità, violenza estrema e sadismo, e costituisce il focus del racconto. Tuttavia è un torture porn abbastanza convenzionale, apprezzabile dagli appassionati ma mai eccessivamente brillante. Anche la componente del sadismo del pubblico non viene toccata più di tanto, nonostante il suo potenziale di critica a un certo tipo di spettatore, ormai del tutto desensibilizzato alla violenza.

La prima parte è invece un sottovalutato mix di diversi elementi che, se ben trattati, avrebbero potuto dare vita ad un film anche molto accattivante. La componente scanzonata del rapporto commesse-clienti; il conflitto con i clienti stessi; il mistero derivante dall’inaspettato disordine all’esterno. Una specie di stadio embrionale, nel quale si incrociano commedia, dramma e mistero, che viene però ignorato per fare spazio all’ormai tradizionale formula orrore/sesso/violenza. Gli amanti del genere apprezzeranno, rimarchiamo. A questo punto però nasce la curiosità: come affronterebbe gli altri generi Petersen?

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata