Miei cari serial killer in erba,

il film che segna la nuova stagione cinematografica dell’orrore è il secondo attesissimo capitolo di It di Andy Muschietti, a due anni di distanza dal primo, che è giunto in sala il 5 settembre.

Devo premettere che non ho mai letto il romanzo di Stephen King da cui è tratto, dunque non saprei dire se la trasposizione cinematografica sia o meno fedele alla storia originale; tutte le mie puntualizzazioni si riferiscono a questo specifico film ed eventualmente al confronto con la miniserie del 1990 per la regia di Tommy Lee Wallace (che trovo bellissima nella sua ingenuità televisiva).

Prima di addentrarci nel dettaglio è bene fare un breve recap del primo episodio, anche se la storia è ben nota: come saprete, It racconta le avventure dei Perdenti, un gruppo di ragazzini che vivono nell’immaginaria cittadina di Derry e che uniscono le loro forze per combattere Pennywise, un mostro che generalmente appare come un clown dagli abiti desueti e che muta la sua forma a seconda delle paure più profonde della sua vittima, per poi terrorizzarla e divorarla. Il gruppo è composto da Bill, Ben, Beverly, Eddie, Richie, Mike e Stan, adolescenti di circa 13 anni dal background familiare e personale a dir poco disfunzionale. Proprio grazie le loro vicissitudini, i 7 si uniranno inizialmente contro i bulli del paese, capitanati dal violento Henry Bowers, e in seguito contro Pennywise. La forza dell’amicizia tra i membri del gruppo, infatti, permette loro di neutralizzare la creatura e il film si chiude con la promessa di riunirsi se la minaccia dovesse ripresentarsi.

Sono passati 27 anni dagli eventi del primo episodio e, come volevasi dimostrare, Pennywise torna, più affamato che mai, a mietere vittime a Derry. Mike, l’unico dei Perdenti a essere rimasto a vegliare sulla città, contatta uno a uno i suoi compagni per chiedere loro di tornare e insieme sconfiggere il clown una volta per tutte.

Devo ammettere che dopo un lieve entusiasmo a caldo e dopo aver riguardato il primo capitolo, il film si è rivelato deludente quanto il suo predecessore, per il semplice fatto che in più punti ne rappresenta una replica, con l’unica differenza che i personaggi sono cresciuti e che si nota un leggero miglioramento.

Innanzitutto, ho trovato che la sceneggiatura sia in molti punti a dir poco frammentaria: tutte le scene in cui It si presenta ai protagonisti in varie forme e nei vari ambienti-visioni sono totalmente scollegate tra loro e si ha l’impressione di vedere degli episodi a sé stanti, non in armonia con il contesto, senza contare la ripetizione quasi identica di molte di esse tra il primo e il secondo film. Stesso discorso vale per la battaglia nella tana di Pennywise, che mi ha tirato fuori uno spontaneo “tutto qua?”. La vicenda avrebbe potuto funzionare maggiormente con una struttura più affine a quella della miniserie – dove alla telefonata di Mike ai compagni adulti corrispondeva il flashback della loro infanzia, con tutto ciò che ne consegue – e con un climax finale degno di questo nome. L’unica sequenza che ho trovato davvero ben fatta è quella che vede protagonista Beverly nella casa in cui è cresciuta, per il resto siamo al massimo sulla sufficienza.

La seconda grandissima pecca riguarda i continui e abusatissimi jumpscare, che possono far paura a qualche adolescente poco avvezzo al genere ma che a lungo andare diventano prevedibili, noiosi e irritanti, specialmente in un film di quasi 3 ore. Il jumpscare non deve diventare un meccanismo per arruffianare lo spettatore, bensì un mezzo studiato con cura per sorprenderlo al momento opportuno, e questo concetto non sembra interessare a Muschietti e allo sceneggiatore Gary Dauberman (che evidentemente non hanno ben capito come funziona la paura nel cinema horror).

Ho trovato strani anche gli effetti speciali, per i quali il CGI, super innovativo per certi versi, mantiene comunque un gusto vintage che mi ha ricordato la saga de La Casa di Raimi; si tratta di effetti artigianali molto sofisticati? Di un digitale molto nostalgico? Di un omaggio agli anni Ottanta (periodo in cui è ambientata la prima parte)?

Sui personaggi bisogna invece ragionare a parte: se da un lato la personalità e la storia dei Perdenti è approfondita e curata quando sono adolescenti, la percezione del sentimento di paura e smarrimento è molto più presente e sentita quando sono adulti. Non ho ben capito se si tratti di una scelta voluta o se semplicemente la performance degli attori adulti sia superiore, volontariamente “smarrita”, ma lo spavento viscerale che ci si aspetta di percepire al cospetto del mostro si avverte esclusivamente in questo episodio. La questione, a mio avviso, non è da sottovalutare, se consideriamo che nella miniserie i protagonisti erano davvero terrorizzati nel corso di tutta la vicenda (nella prima parte avevano anche qualche anno in meno). Oltretutto, devo aggiungere che, a differenza di quanto ho letto e percepito in sala, l’interpretazione di Bill Hader nei panni di Eddie, sempre con la battuta pronta, mi è parsa molto spesso fuori luogo. Al di là di ciò, nessuno nel cast riesce davvero a emergere, nemmeno i due grandi nomi (James McAvoy e Jessica Chastain). Infine, Henry Bowers che evade dal manicomio è totalmente inutile, senza se e senza ma.

Una nota di merito va invece a Bill Skarsgård, che con i suoi movimenti a scatti e il suo “sguardo mobile” ha saputo dare un’interpretazione molto personale e inquietante nei panni del clown; peccato che tuttavia soccomba sotto una moltitudine di deformazioni e metamorfosi. Oltretutto, com’era prevedibile, perde inevitabilmente fascino se paragonato allo straordinario Tim Curry, minaccioso e terrificante con la sua sola grottesca presenza, responsabile della coulrofobia di molti bambini negli anni Novanta. 

Ma cosa resta nello spettatore dopo la proiezione? Sicuramente la sensazione di aver visto un film di grande spettacolarità, di grande pregio visivo, girato con grande abilità e gusto “acrobatico” e con un montaggio audio di tutto rispetto; un grande blockbuster per adolescenti, insomma, che intrattiene ma che sicuramente non terrorizza (a meno di essere facilmente impressionabili). Vi consiglio di vederlo per dare un senso di continuità al primo capitolo, se l’avete visto, oppure di vederli entrambi per una maratona divertente ad Halloween.

Consiglio però, in alternativa, di recuperare la miniserie, meno patinata e certamente démodé rispetto alle attuali preferenze del pubblico medio, ma sicuramente molto più efficace se avete intenzione di provare un pizzico di dovuta inquietudine.

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