In occasione di Repubblica delle idee 2018 abbiamo assistito alla masterclass dello scrittore e regista romano autore di Io non ho paura.

Le serie tv sono sicuramente il medium d’intrattenimento che si è affermato più di tutti negli ultimi anni, e quello che ancora non conosce crisi.
E sicuramente tra le serie tv più apprezzate vi sono quelle tratte da romanzi e racconti, in quanto hanno già un audience di riferimento che è quella dei lettori (e dei potenziali nuovi lettori che possono scoprire la storia proprio grazie alle sue trasposizioni audiovisive).
Le serie televisive, dunque, sono diventate nel tempo sempre più transmediali, cercando universi narrativi espandibili anche in altri medium, e i libri sono sicuramente un ottimo canale che certifica anche la qualità della serie stessa, o che può conferire tale qualità (vedi il caso Game Of Thrones). Ma non è l’unica cosa che accomuna libri e serie tv.
Da tempo, infatti, si parla delle serie televisive come dei “nuovi romanzi mondiali” proprio per il fatto che si rifanno ad essi sia come tematiche sia come stile di racconto e di scrittura.
Di questi ed altri temi si è parlato sabato 9 giugno a Palazzo Re Enzo (Bologna) in occasione di Repidee 2018, la grande manifestazione pubblica organizzata dal quotidiano La Repubblica. Il tema affrontato quest’anno dai vari relatori presenti è IL FUTURO sviscerato in tutte le sue accezioni. E tra le varie cose, si è parlato anche del futuro delle serie tv, un futuro che sembra, al momento, essere sempre più che roseo.
E sicuramente del tema se ne intende Niccolò Ammaniti, scrittore e sceneggiatore romano autore di romanzi e racconti di successo divenuti poi celebri trasposizioni cinematografiche (come L’ultimo capodanno, per la regia di Marco Risi e le collaborazioni con Gabriele Salvatores, tra cui la trasposizione di Come Dio comanda, romanzo vincitore del Premio Strega 2007), fino a diventare egli stesso sceneggiatore cinematografico, con Bernardo Bertolucci, per la trasposizione di un suo racconto, Io e te.
Con Il Miracolo però il lavoro di Ammaniti si complica parecchio: della fortunata serie televisiva, uscita quest’anno per Sky Italia, non è solo l’ideatore e lo sceneggiatore principale, ma lo stesso regista (in collaborazione con Lucio Pellegrini e Francesco Munzi) divenendo così il primo caso, in Italia, di vero e proprio showrunner, una figura che esiste da tempo nella serialità americana, dove gli autori televisivi e gli sceneggiatori hanno un’importanza riconosciuta, ma pressochè inesistente nel nostro paese, in cui il nome dello sceneggiatore rimane per lo più anonimo la maggior parte delle volte.
Durante l’incontro, dunque, si è parlato della scrittura e del lavoro che c’è stato dietro questa particolare serie drama che affronta tematiche attuali e ancestrali e si presenta come uno dei prodotti più originali mai realizzati nella serialità non solo italiana. L’intervista allo scrittore romano è stata curata da Dario Olivero, caporedattore della Cultura di Repubblica.

 

Lo scrittore Niccolò Ammaniti intervistato durante la manifestazione repidee2018

 

Innanzitutto partiamo dalla musica che è un elemento fondamentale per questa serie, a partire dalla sigla iniziale.

Per me la musica è sempre stata fondamentale per la scrittura, spesso le mie storie nascono dalla musica che ascolto. Da piccolo addirittura guardavo i film togliendo la musica in sottofondo per vedere che effetto faceva. Devo dire che non era affatto la stessa cosa. La musica è fondamentale perché riesce a rilasciare certe emozioni che il visivo da solo non riesce a far sentire. E la canzone di Jimmy Fontana era ideale perchè leggendo il testo poteva effettivamente essere una buona metafora per la storia che viene raccontata. Si tratta di una canzone metafisica.

Qual è il tema princiaple della serie e cosa ti ha ispirato?

Sono partito dal concetto stesso di “miracolo”, parola che oggi è spesso abusata e che viene riferita quasi sempre a  qualcosa di positivo che ci succede. Ma un miracolo non è per forza di cose qualcosa di positivo è semplicemente qualcosa che va al di là del quotidiano. Si tratta di un fatto che ci dovrebbe sconvolgere quando lo vediamo. Così mi sono chiesto che cosa succederebbe a qualcuno (a me per esempio) se si trovasse, a un certo punto, di fronte a un evento del genere, a una prova così evidente del soprannaturale. Tanto più se sotto c’è qualcosa che riguarda la religione, poiché la religione porta sempre a porsi delle domande ulteriori, in quanto non riguarda solo noi ma tutta l’umanità, in questo senso c’è sempre la sensazione di una sorta di “missione” dietro all’evento miracoloso, per cui a maggior ragione ci chiediamo “perchè proprio a noi?”. Ho pensato che potesse essere uno spunto interessante, così ho cominciato a scrivere una storia dove diversi personaggi si trovano di fronte a qualcosa del genere e si fanno domande sulle possibili conseguenze, su cosa potrebbe accadere in seguito a questo fatto. A questo punto i protagonisti sono diventati loro, non tanto la Madonna piangente che rimane solo come trait d’union per i vari personaggi e per la storia in generale.

Uno dei protagonisti della storia è un premier italiano che ha a che fare con una crisi di governo dovuta a un referendum per uscire dall’Euro. Ti rendi conto di essere stato quasi profetico vero?

Ho cominciato a buttare giù l’episodio pilota della serie mentre scrivevo il mio ultimo romanzo (Anna, ndA), era il periodo del referendum sulla Brexit. Questo tema mi aveva colpito particolarmente perché si trattava certamente di una scelta e di un tema non facile, e ho pensato che uno scenario del genere potesse essere l’ideale per ambientare il mio “miracolo”. La storia delle “statue sanguinanti” infatti è molto antica, ci sono stati casi simili fin dall’antichità e sono sempre stati associati a momenti particolari della Storia umana, erano un simbolo che qualcosa di importante (molto spesso un evento catastrofico) stava per succedere e per questo erano visti come un presagio di sventura. Per questo ho pensato che inseire la storia durante una sorta di “Italexit” potesse essere ancora più forte in quanto il miracolo può essere interpretato sia in maniera negativa che positiva (e fino all’ultimo rimane il mistero sulla sua natura) anche in senso politico (a un certo punto uno dei personaggi suggerisce al premier di utilizzare la storia del miracolo per convincere gli elettori a votare dalla sua parte, ndA). Bisogna dire che su questi fenomeni la teologia ufficiale si è sempre espressa in maniera negativa relegandoli a superstizioni, forse perché lo stesso potere istituzionale ha paura a confrontarsi con quanto non può spiegare.

 

Guido Caprino, interprete del personaggio del premier Fabrizio Pietromarchi nella serie “Il Miracolo”- screenshot

 

In effetti la figura del politico in generale non ne esce bene da questa serie. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

No, mi interessava soprattutto parlare di un uomo ateo che lentamente “si converte”, o che per lo meno comincia un percorso particolare di formazione con il rapporto ambiguo che si crea tra lui e la stessa statuina, fino a parlarci direttamente. Si tratta di una riproposizione in chiave moderna della storia del miscredente che, di fronte a una visione o un evento particolare, cambia totalmente la sua prospettiva sul mondo e sulla vita, come descritto diverse volte nella Bibbia. Tutto questo lo porta a una battaglia privata interiore (sempre, come già detto, in un momento particolare della sua vita), perciò era una storia interessante da raccontare. Ad un certo punto però confesso che ne ho approfittato per fargli dire cose che mi piacerebbe dicessero più spesso i politici reali, come il fatto che l’elettorato quando vota può anche sbagliare, semplicemente perché ragiona d’impulso non pensando alle conseguenze del proprio gesto. Questo secondo me i politici lo sanno e se lo dicono tra di loro, ma non lo direbbero mai così apertamente!

Qual è stato, secondo te, il vero motivo di successo della serie?

Credo che il tema della fede sia quello che ci unisce tutti quanti, sia credenti che non credenti, proprio per il fatto che si ricollega al soprannaturale, a qualcosa che sconvolge e che va oltre le regole della fisica. Le reazioni al riguardo sarebbero le stesse poiché sono reazioni umane e penso che proprio le reazioni dei personaggi siano l’elemento che ha creato più empatia con lo spettatore.

Come si è svolta la realizzazione della serie? Ti sei trovato a tuo agio nei panni di regista?

Sono partito da problemi molto pratici mentre scrivevo (perché la Madonna dovrebbe piangere? E dove andrebbe a finire tutto il sangue se piange almeno 9 litri di sangue al giorno? Come lo raccolgono?) e ogni volta questi portavano a soluzini narrative interessanti. Così sono andato avanti nella scrittura. Poi c’è stato il problema di trovare la piscina adatta: ho girato tutte le piscine di roma ma nessuna andava bene, alla fine con la produzione ne abbiamo trovata una… a Parma! Ed è poi quella che vedete nella serie. Tra l’altro la statua della Madonna non è una di quelle canoniche (con la testa rivolta in alto) ma è stata realizzata apposta con lo sguardo rivolto verso il basso poichè, in questo modo, si creava un effetto visivo molto bello con i rivoli di sangue che formano una specie di V sul mento della statua. Tutti queste continue soluzioni e problemi logistici hanno poi modificato al meglio la scrittura iniziale migliorandola. Da questo punto di vista è stata un’esperienza più che positiva. Soprattutto per quanto riguarda l’effetto che fa la statuina piangente, avevamo tutti paura che risultasse troppo fasulla come effetto visivo.

Come ti sei trovato a lavorare in team con altre persone, dal momento che scrivere un romanzo è un’operazione senz’altro più “solitaria” che non girare una serie tv?

Beh all’inizio è stato difficile certamente. Ma è stato anche un bell’esperimento per me. Lavorare con altre persone ad un progetto vuol dire scomporre il lavoro e affidare alcune parti di questo ad altri, il che vuol dire che ci deve essere molta fiducia reciproca. All’inizio poi avevo molta paura soprattutto per quanto riguarda il gergo tecnico della regia, su cui non sono molto ferrato. Ma ho avuto la fortuna di avere ben due co-registi che mi hanno insegnato molto e su cui mi sono confrontato su molti aspetti dell’opera e che mi hanno aiutato molto a migliorarla rispetto all’idea iniziale che non sarebbe mai stata così perfetta. Si può dire dunque che il lavoro di gruppo in questo senso è necessario ed è molto utile. Scrivere una serie tv non è affatto come scrivere un romanzo, dove sei fondamentalmente da solo (a parte ovviamente il lavoro di editing che fai comunque con altre persone). Si tratta di un “sogno condiviso con altre persone” in cui ognuno nel comporre l’opera ci mette una sua specializzazione. Il set poi è veramente un mondo a parte dove chi ci lavora condivide un’esperienza unica con le altre persone che lavorano lì. Il regista in questo senso è fortunato, è una sorta di “protetto” a cui tutti fanno riferimento ma sono anche sempre pronti a venirgli incontro, tutti sono lì per aiutarti. In pratica passi tutto il giorno a dire “sì” e “no” e devi sempre dare delle risposte (anche quando non le hai!).

E dal punto di vista della scrittura?

Scomporre l’immagine è la cosa più difficile ed è la differenza più grande con il cinema, ad esempio. Nel cinema hai a che fare con una telecamera a cui fare riferimento, la televisione, invece, è più scomponibile, ha più punti di vista e più telecamere che lavorano contemporaneamente il difficile sta nel fatto che poi devi dare un senso compiuto a tutto quanto. All’inizio non capisci bene i vari punti di vista, ti sembra di stare in un sogno: vivi la storia ma non sei dentro di essa, solo alla fine, con il montaggio, riesci a dare un senso compiuto al tutto.

Qual è la differenza tra libro e serie tv? E perché proprio una serie tv per QUESTA storia?

La serie tv è fatta in modo per far vedere TUTTO quello che succede, è più esplicita. Il libro no, la storia può anche essere criptica, tutto quello che manca è colmato dal lettore e dalla SUA immaginazione. In televisione questo non è possibile perché tutto deve essere il più visivo possibile. Rispetto al cinema però la serie televisiva permette di esplorare di più l’universo narrativo della tua storia, che è sempre visto come “espandibile”. E questo dà la possibilità di dare più importanza anche ai personaggi secondari e ai comprimari, cosa che un film di due ore magari non permette.
Per quanto riguarda invece Il Miracolo, ho scelto una serie televisiva perché sentivo che descrivere il sangue non era la stessa cosa che mostrarlo direttamente. La storia si basa sullo shock emotivo che rilascia la vista del sangue della Madonna piangente. Bisognava perciò “vederlo” quel sangue e sapevo che sarebbe stato più forte così che non con la sola descrizione su carta. In più, come già detto, la serie tv permetteva di esplorare tutti i personaggi presenti (essendo principalmente una serie corale) con la dovuta attenzione e minutaggio.
Questo ovviamente non cambia il mio amore per la letteratura!

Perchè così tanto interesse verso la religione?

Credo che oggi ci sia un ritorno di interesse verso il tema del “sacro” (più che della religione in sé), inteso come “ricerca di qualcosa che non è a portata di mano subito”. In un’epoca dominata dai social e dal digitale penso che sia veramente l’unico spazio rimasto di “intimità” che ci è concesso. È qualcosa di intimo e di privato, quindi non “condivisibile” (una bestemmia per i social di oggi che intimano di condividere tutto) e penso che proprio per questa sua natura, così poco convenzionale, sia un motivo d’interesse. Questo aspetto m’interessa molto anche perché riguarda anche il mio mestiere di scrittore. Penso che oggi si faccia molta fatica a parlare dei libri proprio perché sono poco condivisibili, le serie tv (per fortuna) lo sono di più.

Quindi, in conclusione, il miracolo di cui parla la serie è positivo o negativo?

Mi sento soddisfatto del mio lavoro e penso che questo sia già il vero miracolo! (risata)
Credo che a prescindere sia una cosa buona perché fa sì che i protagonisti rimettano in discussione la propria vita (anche in senso negativo) producendo così un cambiamento nel loro inconscio. Questa è veramente la cosa più difficile per tutti, e il vero scopo del miracolo: rimettere in discussione noi stessi.

 

Alba Rorwarcher, interprete di Sandra, biologa che si occupa del caso della Madonna piangente – screenshot

 

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