In concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, As I Lay Dying del regista iraniano Mostafa Sayari s’ispira al romanzo omonimo dello scrittore statunitense William Faulkner (già soggetto per un film di James Franco del 2013) e in effetti ne è la trasposizione in chiave contemporanea e iraniana.

Anche se il tempo e l’ambientazione è diversa, non cambia la struttura del racconto: un padre di famiglia muore, i suoi quattro figli (fratellastri, poiché li ha avuti con donne diverse) devono affrontare un viaggio per portare la sua salma in un luogo ben preciso, secondo le sue volontà.
Nessuno di loro conosce le motivazioni di quella decisione, né cosa rappresenti effettivamente quel posto per il defunto genitore, a parte uno di loro che è stato l’ultimo a vederlo vivo. la situazione paradossale dei quattro (andare in un posto mai visto sena capirne il motivo) è in realtà una scusa per creare un piccolo microcosmo in cui le relazioni e i dialoghi fra i quattro diventano il perno di tutta la trama.

Piano piano vengono svelati invidie e rancori che i quattro provano l’uno nei confronti dell’altro e i piccoli e grrandi traumi che hanno dovuto subire nell’infanzia a causa del padre.

Il film si rivela così un road movie atipico in cui a farla da padrone sono i primi e medi piani e i dialoghi, quasi interamente ambientati in macchina. Si tratta di un film molto lento e dialogico, una vera e propria sfida per qualunque regista.

Non che esperimenti del genere non siano già stati fatti in precedenza, basti pensare a Locke di Stephen Knight, con un immenso Tom Hardy capace di reggere, completamente da solo, due ore di film parlando solo attraverso un cellulare in auto.

As I Lay Dying si presta molto bene per un esperimento del genere, dato il suo soggetto e la struttura della storia. Purtroppo però, mentre il film di Stephen Knight riusciva a tenere alta la tensione e l’attenzione dello spettatore, il film di Mustafa Sayari non riesce a fare altrettanto.

Questo soprattutto per colpa di un andamento particolarmente lento e dialoghi molto forzati, quasi fatti apposta per cercare metafore e similitudini che vorrebbero essere anche filosofici. L’operazione però non riesce in quanto i quattro personaggi mancano completamente di empatia tra di loro e bisogna aspetttare il finale per avere una scossa emotiva forte, troppo poco per appassionare veramente alla storia.

Anche la totale assenza di colonna sonora o di qualsivoglia musica di sorta è un’arma a doppio taglio: da un lato è apprezzabile la scelta della ricerca del realismo, quasi a dare l’idea di un film “in diretta” in cui veramente può accadere di tutto in qualsiasi momento; dall’altro, anche questo contribuisce a rendere il film molto lento e a non appassionare, mentre nel film di Stepehen Knight anche i piccoli rumori e la radio in macchina potevano contribuire alla creazione di una suspense continua, cosa che manca completamente per questo film.

Va comunque lodato il tentativo di trasporre il romanzo di Faulkner in un contesto che sembrerebbe lontano anni luce da contesto originario dell’autore, perlo più inserendoci anche numerosi riferimenti alla storia recente dell’Iran. Si può dire, infatti, che  le diverse reazioni dei quattro alla morte del padre siano in realtà una metafora della società iraniana odierna, sempre in bilico fra tradizione e integralismo, tra l’attaccamento alle proprie radici e la volontà di diventare sempre più “occidentali”.

In questo senso As I Lay Dying merita sicuramente una visione, anche per vedere come si riesca a scrivere dialoghi molto profondi con metafore prese dal quotidiano.

Rimane il problema del ritmo generale del racconto che risulta, alla lunga, ripetitivo e deleterio, ma sicuramente può essere interessante per scoprire una filmografia e uno stile completamente diversi da quelli a cui siamo abituati.

Pur non essendo un capolavoro, dunque, As I Lay Dying rimane una delle sorprese di questo festival sempre più cosmopolita e dedito alle sperimentazioni in ambito registico e visivo.

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