Il 4 dicembre è arrivato sulla piattaforma streaming Netflix, l’ultima fatica dell’acclamato regista David Fincher, Mank. Si tratta di un’opera biografica incentrata su Herns Mankiewicz, sceneggiatore dell’immensa pellicola Quarto Potere di Orson Wells. Lungometraggio seminale per la Storia del Cinema che ha dato il via ad un certo modo “maturo” di fare film e che ha portato ad un cambiamento nell’industria cinematografica. Quarto Potere è uno di quei film di riferimento che segnano una forma artistica. Fincher, con il suo Mank, omaggio il film e l’uomo che ha concepito la sua storia attraverso una pellicola appassionante che mette in mostra la grande industria del Cinema, quella dell’epoca d’oro, degli Studios e dello Star System. Paradossale che un film omaggio al grande Cinema, arrivi direttamente in una piattaforma streaming che, sotto certi aspetti, sta contribuendo a cambiare il modo radicale la visione dei lungometraggi e alla ridefinizione della sala buia cinematografica. Fincher ha lottato per ben vent’anni per far sì che gli fosse concesso di realizzare il film che è stato sceneggiato da suo padre, Jack, scrittore e sceneggiatore mancato.

Mank è una sorta di storia dietro le quinte sulla realizzazione del capolavoro di Wells che si focalizza su un aspetto molto importante: la sceneggiatura. Sulla storia che ha attinto molto alle vicende personali del suo autore che ha concepito una pellicola sofisticata, viscerale, piena di sfumature colte, infarcita di rivoluzione narrativa che in profondità scava nell’animo della stessa industria cinematografica, fornendo delle critiche velate al suo stesso settore. Un lungometraggio contro-corrente, osteggiato dall’industria in quanto opera di critica al mondo cinematografico. Quindi si concentra su Herns Mankiewicz un colto, alcolizzato, sceneggiatore che è una persona fuori dagli schemi. Carismatico e brillante, Mank (cosi viene soprannominato dalle persone) viene “sequestrato” dal giovanissimo Orson Wells per scrivere il suo primo lungometraggio. Bloccato a letto a causa di un incidente, Mank compie una corsa contro il tempo per sceneggiare il film. Per costruire la storia del carismatico Charles Foster Kane, Mank attinge al proprio background e alle proprie esperienze personali, che ha vissuto direttamente quando lavorava negli studios (MGM), per costruire un giallo metafisico che indaga sulla psicologia e sulla allegoria degli aspetti più intimi della personalità di un uomo. Quindi si ispira direttamente ad una persona che ha conosciuto e frequentato, il magnate William Randolph Hearst (che ispirò direttamente il personaggio di Kane) con cui ha avuto un rapporto burrascoso. Attraverso dei flashback (scanditi a macchina a mo’ di sceneggiatura) veniamo catapultati nel passato di Mank e con il suo sguardo viviamo i momenti più importanti della sua vita, quelli che hanno segnato la storia di Quarto Potere.

Tuttavia, Mank non parla solamente dell’uomo e non è un vero e proprio biopic. Sarebbe sbagliato etichettare il film a puro lungometraggio biografico perché in realtà è la storia di amore e odio di una persona che ha vissuto in prima persona nella Golden Age di Hollywood. La sua storia è il simulacro ideale per fornire una critica feroce alla stessa industria del cinema che, sin dagli Anni Trenta, ha anteposto valori artistici per mettere in primo piano i propri interessi economici, politici e personali. Uno sguardo che mette in mostra aspetti marci e meno sviscerati della vita hollywoodiana di quegli anni che viene sempre dipinta come una sorta di era positiva, d’or del Cinema. La cosa interessante della pellicola è che dimostra che nonostante siano passati ben ottant’anni, l’industria cinematografia sia rimasta praticamente la stessa, avida e con fini politici ed economici. Quindi il lungometraggio sulla storia dietro le quinte sulla sceneggiatura di Quarto Potere, che si rivela un film attualissimo, serve sia a mitizzarne la sua lavorazione, rendendolo ancora più immortale, che a mostrare quanto sia importante concentrarsi la scrittura nella fase di lavorazione dei film. Importanza dello Script scritto da persone colte, brillanti, da mancati poeti. Quindi Mank si focalizza sull’importanza delle parole, della narrazione, mettendo in primo piano il testo.

Il lungometraggio di David Fincher è anche una storia di rivalsa che tenta di riportare in auge una figura dimenticata che alla fine è stata bistrattata e tralasciata dall’establishment di Hollywood. Osteggiata dall’industria stessa con la quale ha collaborato tanti anni. Sotto certi aspetti la storia di Mank assomiglia molto ad una tragedia ed è l’ennesimo esempio di come l’industria del cinema abbia distrutto e dimenticato i propri “figli”, coloro che l’hanno resa grande. Assomiglia molto alla Norma Desmond di Viale del Tramonto di Billy Wilder in cui interpreta un ex diva del cinema muto ormai in disgrazia. Messa da parte dal cinema come se fosse sta sola una piccola breve parentesi, quando fino a pochi anni prima era osannata dagli addetti ai lavori e dal pubblico. Lo scopo del film è quello di riabilitare il suo nome attraverso un dietro le quinte di Quarto Potere che si rivela il pretesto per mettere in mostra la vita di Mank, di parlare della sua persona per scavare affondo sia alla creazione di uno dei lungometraggi della Storia del Cinema, ma allo stesso tempo di narrare la vita di una persona. Una sorta di duplice narrazione che in realtà coincide con la vita stessa del suo autore. Schiacciato dall’industria, da se stesso e dall’ego di Wells, Quarto Potere vinse l’Oscar come Miglior Sceneggiatura, vinta da Wells e Mank. Quest’ultimo, violando il contratto, lottò per ottenere il suo nome nel credito dello script che alla fine è il suo testamento.

MANK (2020)
Gary Oldman as Herman Mankiewicz.
Cr: NETFLIX
CITIZEN KANE, Joseph Cotten, Orson Welles, 1941

Dal punto di vista tecnico il lungometraggio è impeccabile. Concepito come se fosse realmente un film degli Anni Trenta con tanto di bruciature di sigarette (sugli angoli in alto a destra) e con la colonna sonora disturbata, troncata, come a scandire la fine dei rulli (che essendo un prodotto digitale non ha). Quindi c’è una forte componente di ricerca filologia sulla lavorazione di quegli anni con accortezze tecniche che visivamente offrono uno sguardo retrò molto convincente che mette in risalto l’amore per il cinema e porta in sé un elemento nostalgico su un certo modo di fare cinema che non esiste più.  

Voluto rigorosamente in bianco e nero con uno stile retrò degli Anni Trenta, Fincher realizza un’opera sontuosa, raffinata, viscerale e interessante. Sprizza amore per il grande cinema in ogni scena; Il Cinema di una volta, quello fatto da persone colte, intelligenti, raffinate. Film notevole, Mank offre una forte componente di critica all’industria cinematografica in grado di catturare lo spettatore grazie ad una forte presa motiva e dall’intensità e carisma del suo protagonista. Un’opera di rivalsa su una delle figure dimenticate della Storia del Cinema. Sontuoso dal punto di vista tecnico anche se non privo di difetti dovuti alla sua concezione sofisticata che non fornisce tutti i dettagli narrativi per comprendere la sua sfaccettata storia di fondo. Tuttavia rimane un grande omaggio per un’ottima pellicola. Sicuramente sarà uno dei film più gettonati nella prossima edizione dei premi Oscar.

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