Un viaggio attraverso la vita di Santo Russo (Riccardo Scamarcio), per mostrare il percorso di un ragazzo calabrese emigrato a Milano all’interno della criminalità organizzata e la sua evoluzione per cercare in tutti i modi di acquisire quello status che non possiede ma che desidera da sempre, sentirsi importante, un ricco uomo d’affari della Milano da bere.

Questo è il punto di partenza de Lo Spietato, film distribuito da Netflix e diretto da Renato De Maria (Paz), tratto dal romanzo Manager Calibro 9 scritto da Pietro Colaprico.

Viene subito in mente quel tipo di trama e di percorso in stile Scarface o anche il più recente The Wolf of Wall Street (per citarne alcuni), in cui le vicende sono focalizzate sulla vita di una persona proveniente dal basso che tenta la scalata sociale attraverso attività illegali e, spesso, il sangue. Il tutto per conquistare uno status symbol, una posizione da sempre desiderata ma che non ha nel sangue, non sarebbe nel suo naturale destino. Il come, il mezzo, per raggiungere tale fine è irrilevante. La maledizione del protagonista di questo tipo di narrazione è rappresentata dal non volersi mai accontentare, dal volere sempre di più, dal non trovare pace neanche dopo aver conquistato l’obbiettivo di una vita.

Anche la storia di Salvo in Lo Spietato ripercorre questi passi. La narrazione procede abbastanza bene, soprattuto nelle parti in cui è più spedita, tralasciando, però, in certe occasioni qualche elemento di troppo e rallentando eccessivamente in altre parti.

Curioso il fatto che la carriera criminale del protagonista incominci tramite una casualità: il ritrovarsi in prigione pur non avendo commesso alcun crimine (semplicemente il padre si è rifiutato di collaborare successivamente a una chiamata della polizia durante un controllo sul figlio). Un inizio casuale che porta Salvo ad intraprendere una carriera sempre più di successo nella criminalità calabrese a Milano per poi, inesorabilmente, precipitare, come ogni buona storia di questo tipo.

Lo Spietato, infatti, non innova nulla, non propone nulla di nuovo. Tenta, però, di farsi spazio e di imporsi in un momento storico in cui il cinema italiano sembra guardare ad altro, proponendo storie criminali in maniera molto diversa e guardando soprattutto al sud e a Roma, dimenticando, troppo spesso, che la città cruciale per quel che concerne i fatti accaduti negli ultimi quarant’anni è Milano, città della moda, dell’imprenditoria, dello spettacolo e delle grandi aspirazioni imprenditoriali.

Il finale è inscenato troppo di fretta, come se ad un certo punto si è voluto correre per concludere il tutto, abbandonando il ritmo precedente. Probabilmente questa è la pecca più evidente, più visibile, di un film che non è certo un capolavoro, ma prova a raccontare una storia quasi alla Scorsese ma in un’ambientazione italianissima e reale, differente dai mondi criminali che siamo abituati a vedere sugli schermi nostrani.

 

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