Peppermint è il nuovo film di Pierre Morel (Io vi Troverò), distribuito nelle sale italiane a partire dal 21 marzo. Nel ruolo della protagonista ritroviamo una Jennifer Garner quarantaseienne ma in ottima forma e pienamente adatta al ruolo. La pellicola è una sorta di revenge-movie in stile Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson, dove un comune cittadino perdendo fiducia nelle istituzioni si fa giustizia da solo.

La sceneggiatura è, infatti, semplice, seppur con un po’ troppi buchi. Riley North (Garner), semplice impiegata di banca, perde la famiglia quando dei sicari di un noto narcotrafficante compiono una vera e propria esecuzione ai loro danni (forse un tantino esagerata). In seguito ad un processo terminato anzitempo, causa la corruzione del giudice, Riley farà perdere le sue tracce per poi tornare cinque anni dopo armata fino ai denti e con l’intenzione di vendicarsi di tutte le persone che le hanno rovinato la sua semplice ma perfetta vita.

Fin qui Peppermint mette in scena un film già visto e rivisto numerose volte. Ma si sa, in questo genere di pellicole lo spettatore cerca, per lo più, divertimento e svago nelle scene d’azione. Il problema, o comunque uno dei primi, è anche in questo versante. Gran parte delle pirotecniche imprese della protagonista contro l’organizzazione criminale non ci vengono mostrate, ma ci sono descritte attraverso qualche dialogo da ari personaggi. Ma allora: a cosa serve un film d’azione se, appunto, dell’azione stessa presente nella storia ce ne viene mostrata solo un 50%?

Inoltre, parlavamo poc’anzi di buchi di sceneggiatura. Qui potremmo fare un lungo elenco, ma, come già detto, su molte cose, in un film di questo tipo, possiamo tranquillamente passare sopra. Il problema è che certi buchi, qui, sono troppo palesi, diventano voragini. Partiamo dal principio: la strage che innesca l’istinto di giustizia personale della protagonista. Una strage avvenuta perchè il marito di lei, presentato come uomo quasi perfetto, aveva ascoltato una proposta da parte di un conoscente, proposta che li avrebbe condotti a portare via denaro al narcotrafficante antagonista. Sì, ho scritto bene, “ascoltato”. Lui semplicemente ha ascoltato e per questo è stato massacrato insieme alla figlia. Come il boss sia riuscito a sapere della cosa non si sà, perchè li abbia sterminati quando l’uomo aveva rifiutato la proposta, nemmeno. Giusto un filo esagerato.

Poi, Riley, ripetiamo: una comune donna e madre di famiglia che lavora in banca, sparisce cinque anni dopo l’accaduto. In questi cinque anni diventa una perfetta e completa soldatessa specializzata nell’uso di qualsiasi arma da fuoco e, allo stesso tempo, una combattente di MMA. In cinque anni. Da civile (e madre) a killer professionista. A questa parte i film del filone sui giustizieri avevano ovviato attraverso il background del protagonista, a volte un ex militare, altre un ex killer e così via. Sempre, comunque, dando una spiegazione sulle capacità del personaggio rendendo più credibile l’azione che ci verrà mostrata, oltre a fornirgli una storia facendo immergere maggiormente lo spettatore nella narrazione. Del resto, la sceneggiatura è scritta da Chad St. John, autore del non esaltante (per usare un eufemismo) Attacco al Potere 2.

Forse, recentemente, i film sui giustizieri ci avevano abituati fin troppo bene, per questo teniamoci ben stretti i vari John Wick e compagnia.

 

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