La Casa di Jack (The House that Jack Built) è l’ultimo lungometraggio diretto da Lars Von Trier, presentato all’ultima edizione del Festival del Cinema di Cannes (ed. 2018). Il film è una grossa delusione, troppo lungo e narcisista. Si piace troppo e cerca di legare alla sua storia delle nozioni sul concepimento dell’arte e sull’essere artisti, infarcendo il film di intermezzi legati ad un certo modi di concepire l’arte. Elementi estetici che si rifanno ad un concetto complesso di ciò che significa arte. Filosofia romantica dello stato sublime dell’arte messo in parallelo agli efferati omicidi di Jack. 

Jack è un serial killer che uccide le sue vittime senza un vero e proprio motivo. Senza timore di legge e vittima di un disturbo ossessivo compulsivo, racconta la sua storia attraverso cinque omicidi che hanno segnato la sua personalità. Un dialogo in voice over che percorre tutta la parabola omicida di Jack.

All’interno del film sono presenti numerose similitudini, la più evidente è la giustificazione degli efferati omicidi di Jack che, come se fosse un tormentato artista, non può fare a meno di uccidere. La passione artistica in cui l’autore è costretto a compiere gesti ignobili per realizzare una sublima opera artistica in grado di dare corpo e voce alla propria anima. Il dare tutto se stesso per veicolare la propria visione del mondo. Non importa se le proprie creazioni siano frutto di sangue, Jack vive il proprio disturbo come un artista romantico. Jack difatti immortala le proprie vittime in fotografie, spostando e rielaborando i corpi delle vittime per costruire un’opera d’arte sublime.

Un’altra chiave di lettura è dovuta al doppio significato della parola Shot che significa sparare-riprendere le immagini. L’indole del protagonista non è altri che quella del tormentato e discontinuo di Lars Von Trier che, non all’altezza di assaporare il proprio lavoro, cerca una auto-giustificazione per assecondare le sue malsane e disturbate visioni artistiche. In questo film si evince una chiara e forte presa di posizione del regista che cerca di andare (nuovamente) contro i critici che l’hanno osannato e disprezzato. Una risposta velata e che giustifica la sua concezione artistica rispondendo agli avversi recensori che “la propria espressione artistica non ha la necessità di essere spiegata”. Una replica quasi infantile e che non trova una vera risoluzione adeguata in quanto l’opera è impalpabile e banale.

Le parti violente in realtà non sono così macabre o spaventose (per chi è abituato ai moderni horror). Poco disturbanti e sensate. Tutto ciò è prima di senso e il protagonista è senza personalità. Monodimensionale e caratterizzato solo per gli omicidi che, ai fini narrativi, non riescono a dare spessore al suo essere. Poco carismatico e caratterizzato.

Il film non convince. Sembra un esercizio di dialettica in cui il regista si autocompiace della propria arte. Poco graffiante e incisivo, presenta una storia inadeguata infarcita di elementi mitologici e filosofici. Ciò che colpisce maggiormente è la superficialità nella messinscena e nella costruzione narrativa della storia che non presenta nessuna attrattività ed è atonale. Troppo lungo per colpire e non cambia mai ritmo o argomentazioni. Non c’è un vero e proprio arco narrativo anche se è un viaggio verso gli inferi. Cosi come Jack, incapace di trovare una propria opera in grado di soddisfarlo, Lars Von Trier non riesce a trovare nuovi stimoli per dare una svolta alla sua filmografia e dare vitalità al proprio io artistico.

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