«Il film si è scritto da solo, ma lo ha fatto molto lentamente». E’ così che un entusiasta Terry Gilliam parla della sua ultima fatica, L’uomo che uccise Don Chisciotte, atteso e cruciale tassello che arricchisce il suo personale, barocco e coloratissimo mondo di celluloide. Una fatica nel vero senso del termine, tra disavventure di vario genere e problemi di carattere produttivo, che dopo quasi trent’anni di lavoro giunge finalmente a compimento.

Toby è un giovane regista presuntuoso e arrogante, osannato per i suoi spot pubblicitari, che si trova in Spagna per girarne uno ispirato alle avventure del celebre romanzo di Cervantes. Alla ricerca dell’ispirazione perduta, Toby incontra un affascinante gitano che cerca di vendergli alcuni dvd e che tira fuori dal mucchio un suo vecchio lavoro, un film proprio su Don Chisciotte che era stato realizzato in quei luoghi. Desideroso di rivivere le autentiche emozioni provate durante quell’esperienza, Toby ruba una moto dal set e corre a Los Sueňos, minuscolo paesello dove anni prima aveva trovato i suoi attori. Ma la situazione, purtroppo, è radicalmente cambiata e il vecchio Javier, il calzolaio che dava il volto al protagonista, si è totalmente immedesimato del suo personaggio; scambiato il ragazzo per Sancho Panza, suo fido scudiero, l’uomo trascinerà il ragazzo alla ricerca dell’amata Dulcinea. A questo punto, il mondo del capolavoro di Cervantes fagocita letteralmente Toby, che quasi non riesce più a distinguere la realtà dalla fantasia, così come gli interpreti del suo primo film che, affascinati dall’occhio della macchina da presa e venuti fuori dalla loro vita ordinaria non sono più riusciti a farvi ritorno: il ciabattino è davvero convinto di essere Don Chisciotte e Angelica, la ragazza che a suo tempo aveva interpretato Dulcinea, è diventata l’amante di un pezzo grosso nel tentativo di diventare un’attrice. Lo stesso Toby, inoltre, sente un fortissimo bisogno di allontanarsi dal mondo patinato della pubblicità, che crea e vende sogni, per fare ritorno al mondo del cinema, dove invece i sogni si originano e si alimentano di passione e creatività.

L’uomo che uccise Don Chisciotte è innanzitutto un omaggio alla forza inesauribile del cinema, e al suo interno è impossibile non vedere un alter-ego dello stesso Gilliam, alle prese con il suo personale universo cinematografico. Il personaggio di Toby, cui presta il volto un Adam Driver elegantemente pazzoide, è funzionale in tal senso, poiché incarna in sé non solo il dualismo tra sogno/cinema e realtà, ma più precisamente quello tra fantasia e razionalità, venendo identificato prima come il concreto Sacho Panza e infine come l’illuso Don Chisciotte, cui si sostituisce riacquistando, di fatto, la propria indole di cineasta sognatore.

L’uomo che uccise Don Chisciotte è un capolavoro di virtuosismi in pieno stile Gilliam, a partire dalla pirotecnica interpretazione di Jonathan Pryce, che ha fortemente desiderato il ruolo e che si è letteralmente “cucito addosso” il personaggio, per poi passare alle carnevalesche scenografie (firmate Benjamin Fernandez), gli splendidi costumi (a opera di Lena Mossum) e la ricca fotografia di Nicola Pecorini, storico collaboratore del regista, che lo ha accompagnato in questa avventura sin dal principio.

Raccontato nel documentario Lost in La Macha con la sua travagliata vicenda, il progetto più ambizioso di Gilliam, in cantiere fin dal 1989, avrebbe dovuto vedere la luce già nel 2000, con il compianto Jean Rochefort nei panni del protagonista e Johnny Depp in quelli di Toby, che secondo la sceneggiatura avrebbe dovuto viaggiare nel tempo fino al Siglo de Oro. Purtroppo, una serie di disavventure aveva reso impossibile completare la lavorazione e il progetto fu accantonato. Ma Gilliam, ormai ossessionato, vi aveva rimesso mano nel 2009, modificando la sceneggiatura insieme a Tony Grisoni e dandovi a grandi linee la forma attuale, per fare un altro tentativo nel 2014 con John Hurt (poi ammalatosi di cancro). Il risultato finale, a seguito di una realizzazione così sofferta e fortemente voluta, è un racconto mirabolante, visionario e caotico, a tratti confuso, che sicuramente necessita di più di una visione; insomma, una classico firmato Gilliam dal quale non ci si poteva aspettare altro.

Oltre alla consueta follia visiva e narrativa, il regista ha dato vita a una storia intrisa di lirismo, che evidentemente necessitava di essere raccontata nonostante la – o a causa della – sua proverbiale “maledizione”, e che può essere riassunta con una frase dello stesso regista : «Don Chisciotte è pericoloso, perché ti entra dentro e ti fa diventare esattamente come lui».

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